Insegno Arte contemporanea e Spiritualità dello sguardo alla Pontificia Facoltà Teologica di Napoli, ma il mio interesse più specifico è quello del rapporto tra arte e psicologia, cercando di legare in qualche modo la dimensione estetica con il senso che l’arte ha per la persona e per l’uomo. Ed anche per comprendere attraverso le immagini il percorso umano, spirituale, psicologico di un artista.
Nel mio ultimo libro “Viaggio nell’opera. Vedere e sentire l’arte” cerco di comunicare che l’arte può essere anche una terapia interiore, un modo di esercitare uno specchiamento di sé nelle opere, entrare in contatto con le proprie emozioni, con i propri sentimenti. E’ noto che nel momento stesso in cui si crea arte, o nel momento in cui la si legge, accade come un disvelamento delle proprie emozioni, si attiva cioè un percorso interiore che può consentire una sorta di liberazione inconscia delle proprie tensioni.
Carla Stroppa nel suo ultimo libro “La luce oltre la porta” scrive che sono i poeti e gli artisti quelli che più facilmente discendono nel teatro dell’invisibile. La parola poetica sa provocare una scossa estetica, una vibrazione che risveglia il corpo emozionale profondo e si riverbera sulla superficie della pelle. E quando questo accade diviene possibile vedere in trasparenza quello che si nasconde dietro la facciata degli eventi, oltre la porta chiusa dell’io razionalizzante.
Edoardo De Candia ha avuto una vita sfortunata e certamente la sua arte non è stata ancora approfondita per quanto merita. Indubbiamente non tutte le sue opere sono allo stesso livello, come del resto accade per ogni artista e occorrerebbe compiere un serio lavoro ricognitivo della sua produzione. Ma alcuni lavori sono splendidi, notevolissimi.
Ciò che al primo sguardo sorprende dell’arte di Edoardo De Candia è il segno di contraddizione fra l’estrema fragilità della persona sul piano psicologico e la sicurezza dell’artista nel momento in cui dipinge o disegna.
I suoi nudi, ad esempio, sono realizzati con un tratto sicuro, con una capacità rara e nativa di comporre con grande intuizione e talora con un’unica linea una forma elegante ed intima, capace di restituire con intensità sensualità e poesia.
Noi sappiamo che Edoardo era personalità complessa.
Quando scrive, ad esempio, “io sono come bloccato e non riesco a far uscire la parte di me che è dentro e che non riesco ad interpretare” ; oppure: “ho bisogno di capirmi, di conoscermi” , rivela quanto fosse tormentata la sua natura.
La vita, e altresì la sua arte, è stata segnata da una parte da un bisogno estremo di libertà, dall’altro dall’incapacità di risolversi, di manifestarsi pienamente, serenamente. E tutto questo appare evidente in molte immagini, che portano il segno teso e sottilmente drammatico del suo mondo interiore.
Se noi esaminiamo il suo autoritratto, nella prime pagine del bel quaderno di immagini dell’artista salentino, “Sembra quasi che il sole tramonti”, si nota come sia stato capace con pochi tratti di leggersi e di tradurre la propria condizione psicologica nel tratto degli occhi trasparenti, che guardano e non guardano, e nei segni che delineano le labbra, mobili e inquieti, oscillanti tra tenerezza e dolore.
C’è sempre un sipario che l’artista pone tra sé e il mondo, come è possibile notare in molti suoi paesaggi marini. Lui è sempre al di qua degli alberi, sagome verticali che percorrono per l’intera altezza il foglio, dalle chiome in genere alte, quasi finestre, grate, da cui traguardare il mondo piuttosto che guardarlo,osservarlo come non visto. Qui è la solitudine e il riparo, oltre la libertà e l’azzurro disteso del mare.
Ho letto che a volte Edoardo restava ventiquattr’ore tra dune e mare. Il suo bisogno di libertà testimoniava di un disagio profondo. E il mare era innanzitutto per lui un luogo dell’anima, uno spazio reale e immaginario in cui cercare di cogliere i segni di un riscatto emotivo e psicologico.
Per converso, singolarmente, la sua tavolozza è in genere calda, accesa da una luce intensa e penetrante.
Noi sappiamo che l’arte è un dono, non si configura come il linguaggio parlato o scritto, ha una sua natura indecifrabile, un suo segno originario, che trae origine dalla capacità dell’uomo, misteriosa e miracolosa talvolta, di autosvelarsi, di autorappresentarsi, di legare il visibile all’invisibile e viceversa. Ed è linguaggio che non subisce evoluzioni.
Se confrontiamo l’arte dei primitivi, si resta stupiti dall’eleganza stilizzata delle forme di uomini, animali, dalla loro capacità così “moderna” di rendere in poche linee il senso della vita. Ci rendiamo conto che l’arte è qualcosa che va oltre, che appartiene per così dire al patrimonio genetico dell’uomo, che dell’uomo è un modo profondo e primigenio di dire e di dirsi.
Nell’arte accade in effetti una cosa straordinaria: l’artista interpreta se stesso, il proprio mondo – è figlio anche di un tempo, di una comunità – e riesce a trasferire sulla tela qualcosa che, per quanto noi ci sforziamo, non riusciamo mai a tradurre interamente in parole. Eppure quel linguaggio che l’artista esprime, quel suo per così dire messaggio visivo ci parla dentro, in misura differente naturalmente, anzi in relazione alla nostra educazione e al nostro gusto, ma che ci parla comunque. E ci parla al di là delle parole, nel complesso tessuto emozionale e intuitivo, nella dinamica più profonda del nostro essere e del nostro sentire.
Certo, intorno all’idea dell’universalità dell’arte esiste un grande equivoco. Se mostrassi un quadro della Madonna ad una tribù animista, guardando l’opera mi verrebbe probabilmente detto che si tratta magari di una bella signora, non di certo che si tratta della Vergine.
Dove risiede dunque l’universalità dell’arte? Risiede piuttosto in quel complesso di emozioni e sentimenti che comunque provano anche uomini distanti nel tempo e nello spazio di fronte all’opera. Anche due uomini che ad esempio parlano due lingue diverse.
Noi riusciamo a comunicare con gli uomini dei secoli trascorsi attraverso le opere, perché le emozioni, qualcosa delle emozioni, non tutto, una parte, anche una piccola parte di quello che provavano di fronte ai capolavori di un Botticelli o di un Beato Angelico le proviamo anche noi oggi, guardando le loro opere. Dunque l’arte supera lo spazio e il tempo.
Tutto questo ci fa capire come davvero l’arte può essere uno specchio profondo della nostra esistenza. E ci rendiamo conto di come attraverso le opere dell’artista è possibile veramente entrarci dentro, e capirlo e capire il suo percorso interiore.
Ma quello che è ancora più straordinario è che ci rendiamo conto che spesso alcuni artisti – citerei il caso classico di Van Gogh – che erano certamente degli emarginati- in realtà avevano lo straordinario dono di parlarci in profondità, intensamente, al di là delle apparenze, delle articolazioni convenzionali, insegnandoci a vedere diversamente il mondo e a risentire in noi diversamente la vita.
Tornando ad Edoardo De Candia, la bellezza del suo talento risiede a mio avviso soprattutto nel segno. Nel segno lineare innanzitutto e poi in quello cromatico. Perché la sua arte più che pittorica, appare innanzitutto segnica, anche quando rappresenta un paesaggio o una forma astratta.
La sua arte è inclassificabile, anche temporalmente. La sua formazione è quella di un autodidatta. E tuttavia appare possibile che il suo sguardo abbia assorbito alcune lezioni dell’arte dell’Ottocento e del Novecento, come quella di Munch- quelle svirgolate liquide e mobilissime, pastose o sfibrate che caratterizzano del resto molta arte postimpressionista-, o quella di Dufy e persino di Modigliani, nella rappresentazione di certi nudi o di Juan Griss. A ciò si aggiunge il suo dono di trattare il colore con forte sensibilità visiva. Nella immagine di copertina del quaderno, ad esempio, si ammira quel colore magmatico e sulfureo del cielo e del mare: il rosso acceso e mosso che precipita in primo piano e quello denso, come una coltre di nuvole infuocate, che si campisce in alto.
Tutta l’arte di Edoardo sembra in realtà dividersi in due grandi capitoli: l’armonia divisa e l’armonia cercata, sembra cioè connotarsi all’insegna del dualismo. Mi viene in mente il cocomero diviso in due, uno dei suoi lavori più felici. A separare le due parti è un spessa linea nera che divide al centro. Si tratta di un modulo che l’artista ripete più volte. Un modulo che simbolicamente rappresenta un’ interiore frattura, a cui pure cerca di porre riparo, come nell’immagine in cui rappresenta due forme stellari, che paiono ingranaggi, di colore diverso, accostate, a cui l’artista sovrappone emblematicamente un cerchio, nel tentativo si superare, si direbbe, la distanza, di ricomporre una perduta armonia.
Questa necessità di trovare unità, che poi è il luogo nodale della sua arte sotto il profilo psicologico, viene ad essere straordinariamente espressa nei suoi nudi, non di rado splendidi. Ce n’è uno, per esempio, in cui le due bocche sono l’una il negativo dell’altra. Sono perfettamente combacianti. Ciò la dice lunga su quello che c’è dietro, sulla sensibilità, ma anche sulla tensione interiore dell’artista, sul suo bisogno ininterrotto di amore, nascosto, mimetizzato può darsi dalle eccentricità e dalle stravaganze, ma sotterraneamente condizionante la sua esistenza e la sua arte. Noi non sappiamo, non possiamo dire per quali ragioni Edoardo abbia vissuto con tanta intensità questo bisogno. Non è nostro compito del resto. A noi spetta cogliere semmai la sua anima nei documenti visivi, esplorarli e leggerli con serenità, saper intravedere in essi l’uomo e l’artista, nella latitudine vera del suo sguardo interiore.
C’è un altro disegno, che a me è piaciuto moltissimo, in cui vengono rappresentati due profili di un uomo e una donna, nudi l’uno vicino all’altra. La cosa interessantissima in questo disegno non è soltanto la felicità del tratto, ma il fatto che le due figure abbiano i due visi per così dire paralleli, esprimendo come una consonanza, un senso di condivisione, dopo l’amore, di vita parallela, appunto, di unità dello sguardo e dell’orizzonte di senso che solo l’amore forte e vero procura.
Nel bel documentario di Elio Scarciglia si racconta che questo artista non faceva nulla, non lavorava, magari disegnava per giornate intere centinaia e centinaia di disegni. In realtà sembrava non facesse nulla. In effetti provava e si provava, non necessariamente sul foglio, ma anche interiormente, nella percezione segreta delle cose, ad esprimere compiutamente quelle idee, forse ossessive, che lo attraversavano.
Un’altro episodio simpaticissimo è quello in cui l’amico artista a Roma ricorda che durante la sua assenza Edoardo era rimasto chiuso nel suo studio, aveva consumato un intero frigorifero di viveri, disegnando solo per un’intera settimana nuvole, nuvole, nuvole.
In realtà non è vero che non aveva fatto nulla, aveva consumato tutto il tempo a descrivere il suo bisogno di libertà. Non quella reale, fisica, giacché possiamo dire che egli fu, come non lo sono le persone comuni, un uomo libero, pure nella eccentricità, nella emarginazione dei suoi comportamenti, ma quella psicologica. Egli, dentro, era sofferente, si sentiva bloccato. Per questo soleva dire spesso: “ Vorrei essere come un uccello, vorrei liberarmi” .
C’è un disegno bellissimo in cui ci sono dei pesci rossi la cui sagoma esprime libertà, dinamismo. De Candia li ha però disegnati nella rete, li vede attraverso di essa. Ecco lo specchiamento dello sguardo interiore.
In generale l’artista è solo parzialmente consapevole di ciò che dice. Però lo traduce in un modo che intanto parla di sé e poi insegna anche a noi come leggere. In un certo senso ci fa capire qual è la sua dimensione psicologica, la sua dimensione interiore.
Che si riflette anche nel suo registro pittorico, nella diversità di segno, ad esempio, dei disegni naturalistici e dei dipinti puramente astratti. Se nei primi si nasconde in qualche modo, stabilisce una distanza tra sé e il mondo fisico, nel secondi si libera nella forza di un segno magmatico, carico totalmente, non di rado pastoso, in contrapposizione a quello più sfibrato, più rapido anche, dei temi paesaggistici.
Il suo era un bisogno estremo di limpidità. Un bisogno che lo portò a dimostrazioni assurde e apparentemente incomprensibili. Come quando ruppe una vetrina che operai stavano montando. Aveva sentito dire dal proprietario del negozio che la vetrina era sporca. Gli operai lo rassicuravano dicendo che una volta pulito il vetro, eliminati i tasselli di carta, la vetrina sarebbe stata come invisibile. De Candia fu preso da un raptus, prese qualcosa da terra e lo scagliò violentemente contro il vetro sfasciandolo. E aggiunse. “Meglio di così non si potrebbe mai vedere”
Provate a leggere questo episodio in chiave psicologica, a sentire quanto fosse forte nell’artista il bisogno di vedere chiaro, innanzitutto in sé, un bisogno che lo divora
va, assurdo, ma non folle, e soprattutto reale, realissimo nella percezione dell’artista. Che avrebbe volentieri segato gli alberi che disponeva in primo piano e che lo separavano dall’orizzonte dolcissimo e trasparente del mare. Ma non ne fu mai capace.
C’è un’immagine in cui si vede come un’insenatura vista dall’alto. Il punto di vista è suggestivo: l’orizzonte, cioè la costa, è all’altezza degli occhi, per cui questo mare non si riesce a capire dove sia, sembra sprofondato in basso, è forse il mare dell’anima, la dimensione inconscia della vita. E le pareti rocciose sono gli spalti della sua coscienza dilacerata.
Per lunghi anni mi sono occupato di arte belga contemporanea e c’è un artista molto singolare, Spilliaert, che in certe opere può considerarsi il precursore di De Chirico. In qualche modo ci sono delle straordinarie assonanze con De Candia e devo dire che anche lui ebbe una vita estremamente difficile, complessa, tormentata.
Chiudendo, sono convinto della necessità di un lavoro serio e necessario di rilettura dell’intera opera di Edoardo, di una sistemazione e di in inquadramento storico-critico della sua arte. E ciò perché alcune sue opere rivelano un tratto, una felicità espressiva, una intensità comunicativa, una forza che non è comune ritrovare nel panorama dell’arte del dopoguerra.
Personalmente sto lavorando ad un libro che riguarda il dialogo nell’arte, le immagini dell’arte di tutti i tempi in cui due persone, un uomo e una donna, sono in dialogo. Desidero inserire un’immagine di De Candia, quella degli amanti che riposano affiancati, che devo dire, mi appare stupenda.
Per altro verso, ricucendo il discorso da un altro principio, la storia di Edoardo ci invita a considerare come sia importante capire gli artisti, comprendere la loro vita, la loro personalità, saper leggere il significato della loro opera, che non va interpretata con schemi convenzionali, ma va approfondita nella loro verità umana, nella loro autenticità, senza pregiudizi, attraversando l’arte con rispetto, con onestà intellettuale, direi con pudore.
Qui si profila il ruolo della critica. Per me il critico d’arte è colui che va nello studio dell’artista, che si mette vicino a lui, che cerca di capire, che guarda, che osserva, che in profondità cerca di ascoltarlo. Sono due forme artistiche, quella dell’artista e quella del critico, diverse e complementari. Ma se l’artista non esistesse, probabilmente non esisterebbe neppure la critica. Di ciò spesso i critici si dimenticano.
Dunque ci sono artisti come Edoardo De Candia che hanno bisogno del nostro impegno per illuminare nella sua verità la sua opera. Questo mi pare sia il modo migliore per rendere un servizio a questo artista, ma direi anche un servizio all’arte. Per intanto il lavoro promosso da Terra d’ulivi, da Scarciglia, da Tiziana Faggiano e da quanti collaborano con l’associazione, mi parte un avvio prezioso, di impareggiabile valore umano, culturale, sociale. A loro credo debba andare un tributo di profonda riconoscenza. |